Progetto Italia Federalea cura di Francesco Paolo Forti |
è facile da applicare (Franco Masoni) |
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Il modello svizzero non è facile da applicare FRANCO MASONI « Il modello svizzero non è facile da applicare »
Da qualche anno, periodicamente, la vicina penisola s’infiamma sul tema del federalismo
e spesso i suoi sostenitori fanno riferimento al modello elvetico come se il progetto
italiano corrispondesse al nostro.Ma le cose stanno davvero così? E a che punto è il federalismo svizzero? Lo abbiamo
chiesto all’avvocato Franco Masoni, presidente dell’Associazione Carlo Cattaneo.
Che cosa pensa del progetto di « devolution » italiano? « Dall’esterno non è facile capire
le differenze fra il progetto della maggioranza e quello dell’opposizione sulla devolution. Il
progetto dell’Ulivo arriva fino ad un certo punto, quello di Bossi va un po’ oltre. Come
straniero non vedo differenze enormi e soprattutto non vedo un pericolo di dissolvimento
che qualcono oggi paventa. Il pericolo piuttosto è quello della difficoltà di attuare bene
delle riforme fatte in fretta. Spaventa soprattutto il fatto che in Italia oggi è difficile go-
vernare perché le opposizioni ( una volta gli uni, una volta gli altri) in generale fanno
un’ostruzionismo che va al di là della funzione dell’opposizione come la concepiamo noi.
Se questa mentalità passasse anche nel federalismo potrebbe essere pericoloso. In certe
cose fondamentali le opposizioni devono sapere cooperare e poi nelle altre cose critichino
pure. Ma non si può impedire di governare » .Il modello federalista svizzero è visto con grande interesse in Europa e alcuni Paesi
pensano di poterlo applicare alla loro realtà. È realistico? « Il modello svizzero, se è
inteso quale ispirazione generale, può essere ottimo. Lo diceva anche il Cattaneo e con
lui molti altri. Lo si è visto come eventuale modello per l’Europa e per alcuni Paesi.
Tutti quelli che hanno introdotto un maggior federalismo sono venuti a conoscere quello
svizzero.Nei particolari, però, il federalismo svizzero non è realisticamente applicabile in
altri Paesi che non abbiano una storia analoga, e cioè dove non c’è una base di
autogoverno delle regioni o dei comuni e dove soprattutto non c’è questo sforzo di
andare d’accordo tra minoranze diverse. Credo che il federalismo svizzero si caratterizzi,
sì, attraverso norme costituzionali, ma anche attraverso una volontà di cooperare che si
manifesta non solo nella convivenza tra cantoni, lingue e religioni diverse, ma pure nei
singoli organismi attraverso la concezione dell’opposizione che partecipa al governo e
lavora insieme ad esso in quanto è corresponsabile anche se in certe cose si distanzia. In
altri Paesi non sarà facile introdurre questo tipo di cooperazione di punto in bianco » .In un’Europa che cerca di unirsi economicamente e politicamente il federalismo svizzero
avrà bisogno di adattamenti? « Il federalismo svizzero ha avuto continui adattamenti,
perché la realtà cambia e il sistema federalista inteso, come era all’origine, sarebbe stato
estremamente frenante nel mondo attuale dove tutto va così in fretta. Il federalismo deve
continuamente adattarsi. Magari per un centinaio di anni si è sviluppato come federalismo
di esecuzione e di centralismo delle decisioni principali, magari si dovrà fare marcia
indietro e ridare certe responsabilità, ma è molto difficile attuarlo.Quindi, se già sempre il federalismo ha avuto bisogno di adattamenti, questo capiterà a
maggior ragione nei confronti dell’Unione europea. A questo livello c’è però un grosso
problema » .Quale? « I ministri dell’Unione europea sono chiamati ad una quantità di sedute. Se la
Svizzera dovesse partecipare analogamente a questi organismi, c’è da chiedersi come
farebbe coi sette consiglieri federali attuali e anche coi segretari di Stato. Ci sono molte
cose nelle quali bisogna stare attenti agli sviluppi senza perdere niente della nostra
essenza. Il punto cruciale è quello del referendum e dei diritti popolari » .C’è chi parla di crisi del federalismo ( non solo svizzero) incalzato dalla globalizzazione.
Cosa ne pensa? « Penso che il fenomeno della globalizzazione prima di essere politico è
economico e viene da una quantità di fattori che si sono assommati negli ultimi secoli:
dalle esposizioni universali alle grandi guerre che hanno distrutto tradizioni e valori, su su
fino alla formazione degli stati sovra- nazionali e delle Nazioni Unite. Si tratta di un
fenomeno che ci ha regalato un secolo di pace ( anche se il confronto fra i due blocchi era
una guerra latente) e senza guerre cruente a livello mondiale. Ci ha regalato anche un
aumento del benessere, almeno nelle popolazioni che hanno un’educazione civile
corrispondente a quella dell’Europa e di certi Paesi orientali. Un benessere che non era
concepibile prima, inarrivabile.Certo, la globalizzazione porta pure degli svantaggi. Di fronte a questi svantaggi credo
che il federalismo sia una chance. La globalizzazione non si combatte come tale perché è
un fenomeno che viene da lontano e non si può impedire, però si possono togliere certe
sue conseguenze attraverso una politica culturale, una politica che capisca i pericoli e
cerchi di porre degli argini. In questo il federalismo può essere una chance, come la
coltivazione delle culture locali. Una chance contro lo sconcerto, lo sradicamento che
qualche volta sono i portati della globalizzazione e per mantenere il radicamento,
l’identità culturale, linguistica ed etnica » .Ma non c’è il rischio che la globalizzazione spazzi via il federalismo? « La globalizzazione
rischia di spazzarlo via, ma ripeto: il federalismo ben inteso può essere una chance per
dare alla globalizzazione limiti importanti.L’uomo che partecipa a certe conoscenze culturali ha la capacità ogni tanto di guardare al
di sopra delle cose per rendersi conto di dov’è. Il grande pericolo in tutte le
globalizzazioni è che tu sei in un flusso nel quale ti perdi. Ebbene, le culture locali e il
federalismo ti danno la possibilità di spazi di riflessione sottratti a questa ansia della
globalizzazione » .